
Non credere che sia facile per me, non lo credere affatto.
Ammettere di non essere stato in grado, accettare di essere stato battuto da quelle debolezze che hanno logorato tutto fino a farmi allontanare, non è ancora semplice, non lo è per niente.
So che ho rovinato quel che stava nascendo, ma mi ero perso, smarrito, abbandonato inerte a gravità immaginarie.
E non smettere di cercarmi, perché nonostante abbia ritrovato la strada, ho ripreso il viaggio da dove lo avevo interrotto e non so quanto sia andata avanti.
Guardati indietro ogni tanto, fermati ad aspettarmi, non imboccare strade che non conosco, perché voglio essere al tuo fianco…
E non smettere di cercarmi, perché io sto cercando te, come credo di aver fatto sempre, senza essermi accorto che ti avevo trovata.
Ho sentito il rumore dell’estate. Ho ascoltato distintamente il suono del silenzio: il vento che si ammutolisce in una carezza, la pioggia che trasporta sabbia in un arrivederci al prossimo acquazzone. E poi… Il profumo intenso dei primi gelsomini.
Lì per lì aveva tutta l’aria di essere una buona idea: colpire il muro con tutta la forza possibile, non quella necessaria, ma partorita dalla rabbia, insofferenza.
Sembrava proprio un’illuminazione, un colpo di genio, epifania emotiva nello smarrimento di un attimo.
Apparve essere la migliore soluzione possibile: sostituire quella sensazione con una diversa, colmare il dolore di un’assenza con quello della violenza, non fine a sé stessa, non male indirizzata, ma con uno scopo più elevato, un obbiettivo interiore.
La distrazione dell’inquietudine con una sofferenza alternativa; assopire, annegare, uccidere la melanconia con un’esplosione (ancorché inusuale) che spazzasse via ogni pensiero in un solo istante.
Una vittima intima proiettata in una porzione di intonaco che restituisse, nella sua resistenza, lo strumento ideale per annientarsi da sola.
Suicidio fulmineo di un’emozione malsana con una altrettanto malsana reazione.
Semplice, lineare, elementare… completamente folle. Efficace, se vogliamo, ma del tutto fuori dalla logica e quindi, paradossalmente, bellissimo.
Dall’elaborazione all’azione un soffio, una pazza parentesi nell’attesa di un lento ascensore. Splendida, meravigliosa, altissima sensazione. Non c’era più alcun pensiero, alcuna preoccupazione, nessun fottuto “perché” ad assillare l’animo.
Solo il pulsare costante di un pugno chiuso. Salvo tornare a soffrire per le solite paure qualche piano più su.
Sembrava una buona idea…

La vita è un dedalo di vicoli in una città dai contorni grigi. Ogni incontro dà un colore al cammino, ogni incrocio può sorprenderti… Quel che importa è saper trovare luoghi che puoi chiamare “casa”.

Piove.
Le gocce bussano alle finestre lasciando sui vetri tracce del loro percorso incerto.
Linee imprecise, solchi imperfetti che domani non ci saranno più.
Oltre loro, al di là di quella lente madida, osservo la città zuppa e sola.
Un po’ come me.
Seguo con le dita traiettorie tra loro simili, decise dal caso, involontarie.
Il respiro si condensa, appanna il vetro…
Oltre i suoi contorni m’illudo di vedere riflesso il tuo viso.
Resterò a guardarlo senza voltarmi, finché non avrò smesso di piangere.

il ruolo che mi stai ritagliando addosso non mi si addice.
i timidi slanci sono a riposo da tempo perché i nostri desideri sbuffavano in corsa su binari contrari e velocità diverse. potrei sperare che, nonostante le direzioni opposte, la destinazione sia identica per entrambi. io ho già scelto la mia fermata, sono in attesa che da quella curva spunti il convoglio che ti ha passeggera.
mi disturba che, proseguendo in questo viaggio, accadrà che le distanze saranno enormi e non so per quanto durerà.
benché non veda l’ora di poter salire, con te, sul medesimo treno, devo ammettere di aver paura che non arriverai mai.
il ruolo che mi stai cucendo addosso non mi si addice.
gesti gentili
germogli da una terra arida
rari come lucciole in città
arcobaleni attesi
nel silenzio di un respiro inespresso, l’ironia di un attimo non vissuto. l’interruzione tra un battito e l’altro, del cuore, di ciglia, le ali di una farfalla… tra un bacio e l’altro. viviamo per metà di quanto percepiamo e ci rammarichiamo per il doppio. e moriamo tra gli stessi soffi che ci fan vivi.
Quando indossi una camicia perché ha tracce del suo profumo; quando ti fai in quattro per recuperare il posto accanto a lei, per quanto scomodo; quando organizzi il tuo tempo per averne di più, per averlo con le sue mani; se cerchi di capire perché sorride… E’ una cosa stupida: l’importante è che sorrida. E’ stupido gioire degli attimi di tenerezza, intervallo augurato di una routine collaudata, ché non sono mai abbastanza. Dio! quant’è bello, però, essere stupidi.